Tutta la vita davanti – il Film: Recensione Italiana

È incredibile e spietato, ci siamo dentro tutti. Dai più stronzi ai più sfigati, dai 24 ai 30 anni, Paolo Virzì ci ha fotografati tutti: la neolaureata in materie umanistiche con poche prospettive, il fidanzato (materie scientifiche) ‘cervello in fuga’ verso l’America, quelli che non hanno terminato gli studi e hanno molto più successo dei laureati, quelli raccomandati e ben piazzati. Quelli che si lamentano di 1.500 euro al mese e vivono in un attico. E quando si passa dall’università al lavoro non si migliora: ecco le colleghe sciatte e ignorantone, la provincia ingenua, la coinquilina sprovveduta e nuda, i venditori motivati, i capi viscidi e infelici.


Se non fosse che Tutta la vita davanti è una commedia disponibile sul nuovo cb01, ci sarebbe da piangere. Se non fosse che si ride di gusto di trovate originali e grottesche, ci sarebbe un bel nodo in gola. Che non va giù. Perché chi è precario ce l’ha sì tutta la vita davanti, ma la vede più o meno così: Marta Cortese (Isabella Ragonese, una rivelazione di razza) si laurea cum laude in filosofia, sogna il dottorato e finisce in un call center. Affronta la solitudine, l’incertezza, il lavoro alienato della centralinista part time, arrotonda come baby sitter. Incrocia il suo destino con personaggi sull’orlo di una crisi di nervi, osserva con una sensibilità lieve e un delicato distacco, nasconde la sua cultura e la tiene in serbo per tempi migliori.


Regia pulita, sottovoce ma mai sottotono, intensi primi piani e assolati campi lunghi di una Roma inospitale e sorda. Ottimi tutti gli attori, talentuosi e ben diretti, Elio Germano e Valerio Mastandrea sono lo spavaldo e l’imbranato, Micaela Ramazzotti regge alla grande una lunga e divertente scena di nudo, e Sabrina Ferilli inscena un vivido Viale del tramonto ‘all’amatriciana’. Tante meschine piccole vittime di un fato maligno e giocherellone che si risolve nel precariato. E l’Italia offre il peggio di sé tra cellulari e Grande Fratello.


Alla nona regia di Paolo Virzì siamo ormai sicuri di quanto bene voglia ai più deboli. Senza paternalismi, quasi senza retorica, con un po’ di ‘ulivismo’, con uno sguardo lucido e tenero, Virzì nobilita la commedia e il racconto di formazione all’italiana, orchestra cori di attori che mai come in questo film sono stati azzeccati e validi. Regala un finale scorrevole e aperto, non un vero happy end, ma una minuscola e faticosa speranza racchiusa nel grande abbraccio di una nonna che ci consola un po’ tutti.